Psiconcologia

 Tumore e trauma: la sindrome psiconeoplastica 

 

"Tumore" è una parola che spaventa, anche oggi, negli anni 2000. La paura della malattia oncologica attraversa la nostra esistenza, al punto che molti di noi hanno temuto, una volta nella vita, di essere malati di cancro, o che un loro familiare potesse esserlo, spesso associando l'idea di questa malattia ad una sentenza senza appello, anche quando sappiamo, per lo meno razionalmente, che non è sempre così. 

 

Ma cosa succede quando, nel concreto, ad una persona viene effettivamente fatta diagnosi di cancro? Quale ne è l'impatto? Cosa succede dopo, quando si pone il problema dell'affrontare le cure? Come possiamo fronteggiare un evento tanto travolgente? 

 

La malattia oncologica, infatti, non è solo un evento di vita “critico”, che richiede la mobilitazione delle nostre risorse biologiche, psicologiche e sociali per poter essere affrontato, ma anche un accadimento che ha forti probabilità di diventare traumatico, esponendo la persona al rischio di successive ritraumatizzazioni nel corso delle varie frasi di fronteggiamento della malattia. Molte ricerche affermano che una percentuale di persone affette da tumore maligno che va dal 5 al 35% può soffrire di sintomi post-traumatici relativi alla malattia stessa, come preoccupazioni ricorrenti, timore di ricadute, incubi, disturbi del sonno, stato di allerta costante, riduzione della speranza nel futuro. 

 

A livello biologico, l'impatto di un evento stressante determina l'attivazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene, determinando un aumento nella produzione di ormoni quali cortisolo, noradrenalina ed adrenalina. Se l'esposizione allo stress diventa cronica, questo circuito di attivazione arriva ad alterare in maniera marcata il sistema immunitario, indebolendolo. Lo stress e gli eventi traumatici hanno dunque un impatto sulle capacità di reazione dell'organismo alle malattie e, di fatto, possono interferire con le capacità di risposta biologiche del nostro corpo alle malattie, compresa quella oncologica.

 

Di più: i nostri comportamenti, i nostri vissuti (ad es., il senso di impotenza) e le credenze di base sul sé, secondo Servan-Schreiber (2008-2009), potrebbero avere un impatto misurabile sulle capacità del corpo di guarire, evitare recidive e rafforzare il sistema immunitario contro i processi cancerogeni. Ancora, secondo il modello biopsicosociale di Engel, i fattori psicosociali sono determinanti nel facilitare, mantenere o modificare il decorso della malattia, con un peso relativo che può variare da patologia a patologia. 

 

Ecco, allora, come la psicoterapia che agisce sulla rielaborazione del trauma e sugli stati ed i vissuti che si riferiscono al senso di impotenza ed alla mancanza di speranza – i cosiddetti stati di helplessness ed hopelessness – può costituire uno strumento importante per coadiuvare i processi di fronteggiamento psicologico e biologico rivolti al cancro e per favorire l'aderenza alle imprescindibili cure mediche

 

Un trattamento psicologico e, in particolare, un intervento psicoterapeutico volto ad elaborare il trauma costituito dalla malattia – con l'ausilio anche di tecniche innovative e supportate dall'evidenza scientifica come l'EMDR – può aiutare la persona in vari modi: 

 

  • favorendo un'adeguata aderenza alle terapie mediche ed una costruttiva collaborazione con gli operatori sanitari;

  • sostenendo le capacità di fronteggiamento biologico, psicologico ed emotivo nei confronti della malattia oncologica;

  • rafforzando la rete di supporto sociale e familiare;

  • garantendo un adeguato supporto emotivo ai familiari direttamente ed indirettamente coinvolti nel percorso di cura. 

F. Boveri