Assertività


ASSERTIVITA': si può imparare a comunicare meglio?

 

Molti di noi avranno talvolta provato invidia o ammirazione nei confronti di coloro che, con il loro “modo di fare”, sembrano riuscire ad ottenere sempre ciò che vogliono, a far rispettare le proprie esigenze, a raggiungere importanti obiettivi lavorativi e di carriera e, magari, sembrano trovarsi a loro agio in ogni situazione sociale, riuscendo piacevoli conversatori e ricercati amici...

 

Ma questa capacità oratoria, questo modo di porsi di fronte agli altri è qualcosa di innato, un “dono di madre natura”, oppure un'abilità che si può imparare o semplicemente migliorare con l'esercizio? Per nostra fortuna, si tratta di un'abilità che, come tutti i nostri comportamenti, può essere appresa, esercitata e migliorata. In ambito psicologico e comunicativo prende il nome di assertività. Essa ha più di una definizione; una tra le più chiare e concise la descrive come “la capacità di un individuo di riconoscere le proprie esigenze ed affermarle (esprimerle) all'interno del proprio ambiente con buona probabilità di raggiungere i propri obiettivi, mantenendo, nel contempo, positiva la relazione con gli altri” (Ulrych De Muync, 1974).

 

Essere assertivi significa, innanzitutto, saper individuare i propri bisogni, essere in grado di leggere, le proprie emozioni e di riconoscere i propri scopi. Una volta che abbiamo ben chiaro l'obiettivo comunicativo che intendiamo raggiungere, siamo assertivi quando riusciamo a comunicarlo agli altri in maniera efficace – ovvero in una maniera che massimizzi la probabilità di ottenere il risultato sperato – e senza peggiorare la qualità dei nostri rapporti sociali.

 

Agire in questo modo non è sempre facile: in alcune occasioni, infatti, sacrifichiamo i nostri obiettivi o le nostre esigenze in favore degli scopi ed esigenze altrui, per timore che l'affermare i nostri bisogni possa generare un conflitto con l'altro e, in definitiva, guastare il rapporto con lui. Questo succede, per esempio, quando non riusciamo a rifiutare ad un'amica un passaggio a casa anche se abbiamo di lì a poco l'appuntamento dal dentista e la sua casa è da tutt'altra parte... In casi simili mettiamo in atto un comportamento passivo, sostenuto dall'idea che i buoni rapporti con gli altri possano essere mantenuti solo mettendo questi ultimi al primo posto. Ma è proprio così? Continuare a dire di sì, anche quando questo comporta per noi un costo o una rinuncia ripetuti, ci espone al rischio di una relazione asimmetrica, in cui c'è chi dà troppo spesso e riceve troppo di rado. Un rapporto di questo genere, col tempo, finirà per diventare frustrante, svalutante, fonte di rabbia e di ansia sociale. Senza contare che, spesso, esistono delle alternative al nostro “sacrificio”.

 

Vi sono anche occasioni in cui, per ottenere ciò che vogliamo, siamo disposti a scavalcare il prossimo, a prevaricarlo, a non rispettarne le esigenze. Un comportamento aggressivo di questo genere  mira a consolidare il potere personale e sociale e può essere messo in atto per stroncare sul nascere lamentele, ingerenze sgradite, richieste che ci mettono in difficoltà. E' il caso del professore che mantiene l'ordine in classe urlando, o del capo che non vuole che i suoi collaboratori lo tempestino di richieste o critiche e che, per questo, non lascia loro spazio e liquida ogni intervento con un: “Sono io a decidere!”...

 

Anche quando funziona in relazione all'obiettivo, il comportamento aggressivo finisce spesso per rovinare la relazione (e la genuina collaborazione): a nessuno piace essere trattato in questo modo!

 

Ecco, allora, che la modalità assertiva ci aiuta a mediare tra questi due estremi e, sebbene non ci  assicuri il risultato in ogni situazione sociale (per questo, ci vorrebbe probabilmente, una bacchetta magica!), pur tuttavia consente di massimizzare le opportunità di successo.

 

Ma come “funziona”? In che modo possiamo esprimere ciò che sentiamo, ciò che proviamo e ciò che pensiamo senza inimicarci il prossimo?

 

Generalmente questo può avvenire in vari modi. Ad esempio, volendo fare una critica costruttiva, è importante ricordarsi che questa va rivolta ad un comportamento anziché ad una persona e che, oltre all'appunto, è meglio riuscire ad indicare un comportamento alternativo a quello criticato. Meglio, cioè, dire che “non c'è bisogno di alzare la voce o piangere: basta parlarne con calma se c'è un problema e dirlo subito, senza aspettare che la situazione che ci dà fastidio vada avanti per giorni, ingigantendosi”.

 

Ricordarsi di esprimere i nostri sentimenti positivi è, spesso, una buona prassi. Tante volte, infatti, quando qualcuno fa qualcosa che apprezziamo tendiamo a passarlo sotto silenzio, come se fosse “normale” o, peggio, dovuto. Invece, fare complimenti gratifica gli altri e rinsalda il nostro legame con loro. Certo, per fare un complimento dobbiamo anche allenarci a “vedere” il positivo che ci circonda, a riconoscerlo e ad esplicitarlo, anziché darlo semplicemente per scontato. Una volta ogni tanto possiamo anche dire a nostra moglie che ci è piaciuta la cena che ci ha preparato, o a nostro figlio che siamo contenti del bel voto che ha preso a scuola, o al nostro collega che ci è piaciuto il modo in cui ha risolto quel problema sul lavoro.

 

Infine, non dimentichiamoci di noi stessi e, di fronte ad un complimento rivoltoci da un'altra persona, accettiamolo di buon grado, dicendo quanto ci ha fatto piacere o limitandoci ad un sincero e semplice “Grazie!”.

 

F. Boveri

 

Per approfondimenti: l'intervista su Lecanoedelweb